Aumenta il credito alle imprese, ma non per tutte

aumento credito impreseBanca d’Italia, come riporta Reuters venerdì 15/1 scorso, ci dice che il “credito alle imprese è in ripresa per molti settori ma è ancora in contrazione nelle costruzioni dove la prudenza delle banche è legata anche all’elevata quota di crediti anomali accumulati nel settore…La ripresa del credito alle imprese mostra però ancora un andamento differenziato fra settori di attività e per classe dimensionale “.

Non ci viene detto molto per quanto riguarda la classe dimensionale, ma l’esperienza ci sta insegnando che a beneficiare delle nuove linee di credito sono, spesso, le aziende di maggiori dimensioni e con migliori rating, mentre le PMI (con tutti i limiti di questa definizione), continuano a “soffrire” la stretta creditizia. Tra queste, in modo particolare, a subire più degli altri, ci sono le aziende legate al settore immobiliare e delle costruzioni, per le quali il credito è in diminuzione (ufficialmente del -2,3%) e quelle dell’industria non manifatturiera.

“L’andamento ancora fortemente negativo dei prestiti nel settore delle costruzioni rifletterebbe da un lato le perduranti difficoltà in cui versa il settore stesso, dall’altro politiche di offerta ancora molto prudenti da parte degli intermediari, verosimilmente connesse anche con l’elevata quota di crediti anomali sul totale dei finanziamenti, pari a circa il 50%”, spiega Bankitalia.

La gestione del credito alle imprese di costruzioni ed alle immobiliari, meriterebbe un approfondimento a parte per tutto quanto accaduto in questi anni, e lo sanno bene gli imprenditori del settore i quali, in molti casi, si sono trovati con cantieri iniziati e finanziamenti congelati, con la conseguente impossibilità di portare a termine le operazioni, anche in presenza di risultati commerciali di tutto rispetto e di programmi di lavoro che rispettavano l’iter previsto in origine, in fase di concessione del credito. Una pagina nera della recente storia industriale del nostro paese.

 

David Rockefeller

David RockefellerVoglio qui proporre una breve storia della famiglia Rockefeller, proposta da Giuseppe Turani in occasione dei 100 anni, il giugno scorso, dell’ancora vivente “David Rockefeller, il banchiere più anziano del mondo e probabilmente anche il più ricco” che ” ha deciso di festeggiare il suo compleanno donando un’oasi naturale di quattro milioni di metri quadrati allo stato del Maine. E questo è solo uno dei suoi infiniti gesti di beneficenza.

Per capire da dove arrivi tanta generosità (tipica di questa famiglia) bisogna risalire al nonno, John Davison Rockefeller, il fondatore dell’impero. John Davison arriva nell’Oklahoma ai tempi della corsa al petrolio, ma arriva tardi. Tutti i terreni sono già stati dati in concessione. Per lui non c’è niente.

Ma non si perde d’animo. Allora gli oleodotti non c’erano. Il petrolio veniva mandato nelle grandi metropoli dentro barili (gli stessi che servivano per il whisky) con i treni. Rockefeller vede subito l’affare: prenota tutti i trasporti che gli riesce di prenotare. Così gli altri estraggono il petrolio, ma lui ha il monopolio del trasporto. Senza di lui il petrolio non si muove.

Diventa ovviamente ricchissimo, anche perché è spietato negli affari. Fonda la famigerata Standard Oil of New Jersey. Famigerata perché ha di fatto il monopolio del petrolio negli Stati Uniti e a un certo punto l’autorità antitrust americana è talmente indignata che deciderà di spezzarla in tanti pezzettini: nascono così le famose sette sorelle del petrolio.

John D., nel frattempo, è diventato l’uomo più ricco d’America, ma anche il più odiato. Da qui la decisione di fare molta beneficienza. Si è soliti dire che John D. ha passato la prima metà della sua vita a accumulare denaro, la seconda a distribuirlo nel tentativo di farsi amare dai suoi concittadini. Secondo gli storici non ci è riuscito. Quando è morto era ancora odiatissimo. E questo benché, al ritiro dagli affari, abbia tenuto per sé solo 20 milioni di dollari, donandone in giro 540.

La famiglia si è sempre portata dietro il marchio di una fortuna immensa costruita però con pratiche monopolistiche e con tantissima cattiveria. E quindi ha continuato a fare beneficienza. Il padre di David era solito iniziare il pranzo ricordando la parabola del Buon Samaritano che dona agli altri. E aveva anche deciso che i profitti generati dai trust intestati ai figli non finissero nel patrimonio dei medesimi, ma venissero donati per opere buone.

Di David Rockefeller si ricorda che, secondo stime abbastanza recenti, dovrebbe essere titolare di un patrimonio di 3,2 miliardi di dollari. E ha seguito le orme del padre e del nonno. Alla Chase, banca di sua proprietà e che ha diretto a lungo, aveva fatto approvare un programma aziendale in base al quale il 2 per cento dei profitti veniva destinato a beneficienza. Era un repubblicano moderato. Ai tempi della presidenza di Eisenhower lanciò una sottoscrizione per raccogliere fondi per assistere i profughi palestinesi: raccolse in tutto otto milioni di dollari (in appena quattro mesi) che poi consegnò all’Onu. Senza avere cariche ufficiali per anni è stato una sorta di ambasciatore americano in giro per il mondo.

Oltre alla beneficienza, David (uno dei grandi amici di Gianni Agnelli in America) ha dato molto anche alla cultura: il suo cognome sta su numerosissime biblioteche universitarie sparse per gli Stati Uniti, E ha dato soldi a musei e ospedali. Si è sempre occupato del Moma, che è il più importante museo di New York. Sua l’idea di fondare la Trilateral e altri centri internazionali di politica.

Ormai gli eredi di John Davison sono 250. E tutti si portano dietro il marchio dei troppi soldi. Anni fa proprio una figlia di David, Eileen (che si era cambiata addirittura il cognome) ha scritto un libro (essere Rockefeller, diventare se stessi) in cui spiega appunto perché il denaro non compri la felicità. Proprio per questo, forse, David e tutti i suoi antenati hanno continuato a distribuirne a piene mani, sperando in un sorriso degli americani.” (di Giuseppe Turani, www.uominiebusiness.it).
E’ singolare come, a distanza di secoli, ancora resista questa diffidenza, o invidia o, più in generale, astio verso una famiglia che – forse insieme ad alcune colpe, da un certo punto di vista -, ha senz’altro il merito di aver contribuito in modo essenziale alla nascita dell’industria petrolifera negli USA e poi nel mondo. Più di cento anni or sono.
Nel bene o nel male, dipende dai punti di vista, la vita per come la conosciamo noi, la mobilità, la possibilità di viaggiare, anche l’inquinamento forse, ma anche la corsa al pronto soccorso con un’ambulanza, sono il frutto di scelte coraggiose, di visione di alcuni, pochi, uomini. John Davison in primis e suo figlio David poi, sono tra questi.

A chi tocca adesso?

imprenditoreLeggevo nei giorni scorsi un interessante post su un altro blog nel quale si tracciavano le differenze essenziali tra IMPRENDITORE e MANAGER e il messaggio centrale che, almeno io ne ho tratto, è che questo, quello che stiamo vivendo, è il momento degli IMPRENDITORI. E sono d’accordo e me ne rendo conto ogni giorno svolgendo la mia attività. Più avanti spiegherò il perché di questa mia convinzione.

Intanto chi è l’IMPRENDITORE? E’ colui che crede “sia possibile costruire mondi diversi dall’attuale e si impegna a farlo”. Quando incontriamo Imprenditori (con la “I” maiuscola) non possiamo che riscontrare la verità di questa affermazione. E’ l’Imprenditore quello che crea ciò che prima non esisteva. E’ l’Imprenditore quello che sogna (con la testa fra le nuvole ma i piedi ben piantati a terra!) il futuro suo e dei molti che non lo sanno fare da soli, è sempre lui quello che guida. E ciò che lo sostiene è la fede. Scriveva Paolo Ruggeri nel suo libro “Piccole e Medie Imprese che battono la crisi” (Engage 2012) che “gli imprenditori … che battono la crisi sono persone che innanzitutto hanno fede … avere fede vuol dire credere in quello che ancora non vedi. E’ una grande fede quella che accompagna l’uomo in ogni suo progresso.”

Sono gli imprenditori, quindi, quelli che creano i prodotti, che creano i mercati, che creano le nuove imprese, i posti di lavoro, le opportunità. Che prima non esistevano. I manager vengono dopo, gestiscono, fanno crescere, competono. Ma non creano.

Ma perché questo è il tempo degli IMPRENDITORI e non è più il tempo dei manager? Perché il mondo è cambiato e sta cambiando, intensamente, velocemente. Perché ciò che aveva senso “prima”, adesso non lo ha più. Perché i sistemi di prima, le logiche alle quali siamo abituati, hanno smesso di avere senso. “Insistere sulla cultura del funzionamento e della competizione, accelera il processo di perdita di senso e impedisce di vedere le potenzialità di creare nuove imprese, mercati e società.” Ma questo è ciò che solo gli Imprenditori sanno fare. Non lo fanno i manager e neppure i finanzieri, men che meno i banchieri. E allora, di nuovo, cari Imprenditori, “back to basic”, ricominciamo.

Bail-in: in caso di fallimento di una banca, a rischio i conti delle imprese

Bank recovery and resolution directiveA partire dal 1° gennaio 2016, anche in Italia sarà applicata la direttiva Brrd (Bank recovery and resolution directive). È la direttiva europea del cosidetto bail: se una o più banche sono in difficoltà non sono gli Stati a doverle salvare (e quindi in via indiretta i contribuenti attraverso più tasse) ma direttamente chi ha un rapporto con quell’istituto e cioè azionisti, obbligazionisti e correntisti.

È bene precisare che i correntisti non saranno i primi della lista a finire nella ruota dell’eventuale piano di salvataggio dell’istituto. In prima linea ci sono gli azionisti, cioè coloro che hanno comprato azioni della banca e che le detengono in portafoglio. Se l’intervento “ai danni” degli azionisti non bastasse a rimettere in sesto i conti si passa agli obbligazionisti, a coloro che hanno in portafoglio obbligazioni emesse dallo stesso istituto.

E qui c’è un’ulteriore distinzione: vengono prima i possessori di obbligazioni subordinate (una categoria di bond più rischiosa) e poi i possessori di obbligazioni (sempre emesse dalla stessa banca in difficoltà), solo successivamente si potranno intaccare i depositi in conto corrente per la parte che eccede i 100 mila euro. (di Vito Lops – Il Sole 24 Ore – leggi suhttp://24o.it/T6p5EZ)

www.calvinconsulting.it

Patent Box: una opportunità!

Patent BoxUn argomento del quale si parla ancora poco è quello della c.d. PATENT BOX. Vero che, nella sostanza, non interessa la grande platea delle imprese ma – in concreto – rappresenta una opportunità solo per alcune, eppure, questa sembra essere una misura, finalmente, nella giusta direzione a sostegno delle imprese virtuose con lo sguardo nel futuro.

Vediamo di cosa si tratta.

Intanto cominciamo col dire che l’argomento prende il via dal Decreto Legge 3/2015, noto come “investment compact”, convertito con la Legge n. 33/2015, in GU lo scorso 25 marzo 2015.

In cosa si sostanzia la PETENT BOX? In breve si tratta di un regime, opzionale della durata di 5 anni, di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di marchi e brevetti. Più nel dettaglio, il regime di patent box consente, dal 1° gennaio 2015, di beneficiare dell’esclusione dalla base imponibile delle imposte sui redditi e dell’IRAP di una quota pari al 30% del reddito derivante dall’utilizzo di opere dell’ingegno, marchi e brevetti, quota destinata ad aumentare al 40% nel secondo esercizio per attestarsi al 50% dal terzo.

Nel caso di utilizzo diretto dei beni immateriali nell’attività d’impresa, il reddito figurativo derivante dallo sfruttamento delle attività è detassato in misura corrispondente al contributo economico apportato da tali beni nella produzione del reddito complessivo. La determinazione di tale “quota” dovrà avvenire in via preventiva con l’Agenzia delle Entrate.

Tra le finalità della misura, vale ricordare anche lo scopo di natura antielusiva, al fine di ridurre i fenomeni di trasferimento dei suddetti beni immateriali in territori a fiscalità agevolata oltre che al fine di favorire il rientro in Italia di marchi e brevetti.

L’opzione per l’applicazione del regime ha validità per cinque esercizi ed è irrevocabile. Tra le principali modifiche approvate durante l’iter di conversione del decreto, si segnala la possibilità di rinnovare il regime opzionale una volta decorso il quinquennio di applicazione.

Anche l’utilizzo dei marchi è agevolato.

Tra i costi agevolati sono compresi anche quelli sostenuti per attività di ricerca e sviluppo affidata in outsourcing (ad università, enti di ricerca o imprese esterne) e quelli sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali ammissibili al beneficio.

 

Tax freedom day?

tax freedom dayE con oggi, incominciamo finalmente a lavorare per noi! Abbiamo pagato quanto dovevamo allo Stato, lavorando finora per pagare le tasse, ma da domani, ragazzi, sotto perché sarà tutto nostro.

O no?

Lasciando perdere il pollo di Trilussa, la statistica ci dice che per 173 giorni dobbiamo lavorare per pagare tasse, contributi, oneri, balzelli.
Eppure, questa cosa non mi convince. Mi capita frequentemente di vedere bilanci di molte aziende e forse dovrebbero vederli anche i giornalisti che scrivono di tax freedom day oltre che i politici che ci governano.
Proprio oggi, ne guardavo uno, di una bella azienda, ordinata, attenta alle normative ed alla salute dei lavoratori, che sono molti, riconosciuta anche a livello internazionale. Bene, dopo aver assolto tutti i costi, gli accantonamenti e aver contribuito ai conti economici delle banche, il risultato prima delle tasse ammonta a poco più di 240 mila euro. Interessante! Peccato che le imposte siano però quasi 210 mila!
E di conseguenza il risultato netto è solo di circa 30 mila euro.
Ma allora, di cosa parliamo quando diciamo che dobbiamo lavorare 173 giorni per lo Stato e il resto per noi? Del nulla.
Di aziende labour intensive ce ne sono molte, sempre meno purtroppo, e tipicamente lo sono le aziende manifatturiere, quelle storiche, quelle che contribuiscono al sostentamento di milioni di famiglie. Sono anche quelle che hanno i maggiori fabbisogni di finanziamenti, per gli investimenti negli impianti, che devono essere sempre tenuti all’avanguardia, e per sostenere il circolante, in quanto le uscite finanziarie conseguenti alla gestione del personale hanno scadenze brevissime. Ecco, queste sono le aziende maggiormente penalizzate dall’attuale fiscalità e che, nel nostro esempio, devono lavorare per 319 giorni per lo Stato e solo 46 (!!!) per esse stesse.

Tax freedom day? Non oggi. C’è ancora molto lavoro da fare. Troppo.

L’ombrello quando c’è il sole

ombrelliC’è un vecchio adagio delle nostre parti che dice che le banche “danno l’ombrello quando c’è il sole”. Effettivamente, pur non avendo una base scientifica, è una constatazione innegabile. E forse non potrebbe essere diversamente, perché il credito viene dato a chi lo può sostenere e rimborsare, e questo è un sano principio di gestione.
 
Detto questo, rimane però il problema di finanziare la ripresa (se e per chi la vede). Molte imprese che sono riuscite a resistere alla crisi di questi anni, sono ora con il fiato corto; gli imprenditori, spesso, hanno fatto la loro parte, finanziando, capitalizzando, concedendo beni propri a garanzia di un debito pregresso. Oggi per ripartire, serve nuovo fiato e nuova finanza.
 
Ecco quindi che sembra venire in soccorso il recente accordo tra ABI e le associazioni imprenditoriali. Sembra…perché, in effetti, le linee guida riservano i nuovi interventi a chi se lo può permettere. infatti, all’Accordo per il credito 2015 possono accedere solo le imprese virtuose e quelle che presentino difficoltà “temporanee”, a condizione che al momento della presentazione della domanda, non abbiano posizione debitorie classificate dalla banca come «sofferenze», «inadempienze probabili» o esposizioni scadute o sconfinati da oltre 90 giorni.
 
Certo, ciascuna banca potrà valutare autonomamente l’opportunità di rispettare in maniera rigida i criteri, ma eventuali concessioni o rinegoziazioni, si sono sempre fatte a prescindere dagli accordi inter associativi.
Il problema di come finanziare la ripresa e salvare le imprese “affaticate”, rimane tutto e rimane, come sempre, in capo ai singoli imprenditori.

Russia e le sanzioni

russia-mapNei giorni scorsi il Premier russo Putin ha fatto visita all’EXPO. In quell’occasione, non ha mancato di evidenziare come le sanzioni, comminate alla Russia dalla comunità internazionale a seguito dei recenti fatti accaduti in Ucraina, stiano danneggiando in modo importante anche il nostro Paese. Di questo gli imprenditori ne avevano già ampia e provata conoscenza. Meno, forse, i politici. Bene ha fatto, quindi, a ricordare questa scellerata decisione.

Ma quali sono i numeri di cui si parla? Diverse cifre si sono sentite. A quanto qui risulta, l’interscambio fra Lombardia e Russia ammonta a 5 miliardi di euro, dei quali 2 di import e tre di export sui 10 miliardi complessivi dell’Italia. Bergamo, terza città lombarda, esporta in Russia 265 milioni di euro, dopo Milano con 1,2 miliardi e Brescia con 351 milioni. Nel suo complesso, la Lombardia pesa un terzo di tutto l’export italiano verso la Russia.

Meccanica, mobili e design, moda e calzature, auto, plastica, ceramica e alcolici i principali settori coinvolti.

C’è poi il tema del turismo, magari non sempre gradito: in Italia arrivano circa un milione di turisti russi in un anno, per una spesa da 1,3 miliardi, dei quali in Lombardia 250 milioni.

Energia e beni strumentali saranno i principali argomenti trattati durante gli incontri che si terranno nel corso di EXPO tra gli operatori lombardi e le delegazioni russe. Possono nascere, come stanno nascendo, opportunità interessanti per chi vorrà (e potrà) delocalizzarsi in quell’area. Almeno nel medio periodo. Per il futuro meno prossimo, chissà!

UBI e BEI per l’agroalimentare

ubi-bancaLa Banca europea per gli investimenti (BEI) e il gruppo UBI Banca hanno siglato nei giorni scorsi un accordo per il finanziamento di Pmi e Mid-Cap italiane attive nel settore dell’agroalimentare per 50 milioni di euro. In base all’intesa, saranno finanziati progetti del settore agricolo e dei comparti correlati, tra cui il forestale, la pesca e le produzioni alimentari.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito dei rapporti consolidati tra BEI e il Gruppo UBI Banca ed è volta a rafforzare ulteriormente il supporto offerto al settore produttivo italiano e a contribuire all’avvio del processo di ripresa dell’economia italiana. In particolare il settore agroalimentare rappresenta uno dei pilastri dell’economia italiana con un giro d’affari di oltre 240 miliardi di euro pari al 15% circa del PIL (comprendendo anche l’industria della trasformazione, distribuzione e ristorazione).

L’importo finanziabile potrà raggiungere il 100% del costo di ciascun progetto, con un importo massimo di 12,5 milioni.Gli importi potranno essere richiesti con durata massima fino a 15 anni per investimenti immobiliari agroindustriali e agroturistici e fino a 12 anni per gli altri progetti.. L’accordo rientra nella nuova linea di credito da 400 milioni denominata “Agricolture SMEs & Mid Caps Loan” per l’agricoltura approvata lo scorso mese di aprile dalla banca dell’Unione europea.Spetterà al gruppo UBI la selezione dei progetti e l’erogazione dei prestiti alle aziende che ne farannno richiesta nei prossimi mesi. Le domande potranno essere avanzate anche dai consorzi agricoli.Il gruppo UBI metterà inoltre a disposizione delle imprese ulteriori risorse rispetto ai 50 milioni della BEI, in modo da aumentare il plafond complessivo per il settore agroalimentare

8 giugno 2015
Fonte: investireoggi.it

 

The Engineers Club

impreseQualcuno si chiederà come mai un blog “bergamasco” debba dedicare la propria immagine di copertina a Bryant Park e al club degli ingegneri. Domanda lecita.
La prima risposta è: il caldo! Sono giorni di grande caldo e di grande fatica e la mente è andata a quel luogo, singolare se non unico, che è questo giardino tra i grattacieli di Manhattan, una piccola oasi, raccolta e discreta, tra la 5a e la 42a, posto magico al centro del mondo. Almeno di quel mondo che, caparbiamente, resiste nella mente di un cinquantenne come me, per il quale l’America, gli Stati Uniti e New York in primis, continuano a costituire un riferimento culturale e professionale importante.
La seconda risposta è: perché è da li, da quei luoghi, da quelle persone che, 100 anni fa, ha avuto inizio il nostro mondo, quello che conosciamo noi oggi e che si è diffuso su tutto il pianeta. E che continua. Tra i vari membri importanti (Carnegie, Hoover, Edison, Lindbergh, ecc.) c’era anche Nikola Tesla. E oggi il suo nome è diventato il sinonimo del futuro prossimo della mobilità sostenibile di qualità.
E in tutto questo Bergamo c’è! Una ricerca recente ha dimostrato che Bergamo è la seconda provincia per industrializzazione in Europa, subito dopo la cugina Brescia. E così diverse altre ricerche e indicatori dimostrano la capacità ed il valore delle imprese bergamasche, di quelle che hanno saputo guardare avanti, studiare, investire, innovare e … fare la fatica di affrontare il mondo. Abbiamo imprese ed imprenditori famose e imprese ed imprenditori sconosciuti al grande pubblico ma apprezzate ed affermate in tutto il mondo.
Ecco quindi l’ultima risposta al perché di quel riferimento in testata: vuole essere un riconoscimento, un apprezzamento, ai nostri di “engineers”, ai nostri imprenditori e ai loro collaboratori che, ancora oggi, quando in tutto il mondo c’è una crisi che morde e Bergamo, in generale, non ne è esente, continuano a crederci, a guardare avanti, a fare ogni giorno meglio di quello precedente.