Il caso GM Parte 1 – Quella volta che una bella impresa ha rischiato grosso!

GM (i nomi sono di fantasia, la storia no), è una impresa che opera nel settore della meccanica. Un giorno, primi mesi del 2017, vengono da me due signori, i due soci, presentati da una conoscenza comune mia e di Corrado, uno dei due soci.

Corrado, il socio più anziano, si occupava della parte amministrativa e finanziaria, mentre Marcello pensava esclusivamente a vendere. Il loro problema era che l’azienda non andava bene e non capivano perché: si vendeva ma meno di un tempo; Marcello, demoralizzato, si stava spegnendo e pensava di gettare la spugna; Corrado sembrava combattesse con le banche e con gli insoluti ma senza una strategia; marginalità nulla o negativa; idee per il futuro, nessuna.

E’ stato un incontro lungo e difficile, dove sono emerse alcune riflessioni e ho lanciato alcune provocazioni. Già da subito sono iniziate a emergere alcune differenze tra i soci e alcune divergenze di pensiero. Altre differenze e forti contrasti emersero nelle settimane successive, incluso l’appalesarsi di una serie di manchevolezze, fino al punto che, in Società, rimase solo Marcello. Corrado, quindi, fuori dalla Società e, con lui, le due risorse che presidiavano l’area amministrazione e finanza. Un altro problema!

In quelle settimane, avevo conosciuto e catalogato i principali problemi della GM: nessuna gestione della tesoreria predittiva; nessuna qualità delle rilevazioni; confusione; insoluti fuori misura (e, su alcuni Istituti, con percentuali mai viste); crediti non riscossi; fidi revocati e altri a rientro; nessuna idea delle marginalità; debiti verso fornitori fuori controllo; altro.

In quella confusione totale, Marcello si trova quindi solo, con un’intera area allo sfascio, con le banche che lo stanno aggredendo, fidi revocati da più parti, rientri e i principali fornitori che faticano a continuare a fare credito. Che fare? Intanto, Marcello – che è rispettoso di clienti e fornitori, orientato alla soluzione dei problemi -, dopo un primo momento di sconforto, vede il suo errore: aver lasciato intere parti di azienda interamente nelle mani del socio e non averci messo naso e testa. Ma, immediatamente dopo, inizia a intuire che, forse, questa è anche l’occasione per prendere finalmente in mano le redini della sua azienda e provare a cambiare le cose. Certo, i problemi sono molti e lo stimolo principale di Marcello, ciò che più di ogni altra cosa lo induce ad assumersi la responsabilità e proseguire, è il desiderio, il bisogno, di “sistemare” tutti, di pagare chi deve, soddisfare le banche, non abbandonare i dipendenti. E così un giorno mi chiama, mi dice alcune cose e mi chiede se me la sento di proseguire ad assisterlo nonostante quelle condizioni. Ed ecco che, da allora, sono passati più di tre anni e la collaborazione continua. Ma cosa abbiamo fatto, quali azioni abbiamo intrapreso? Continuiamo il racconto nei prossimi giorni.

Un breve riepilogo di cosa è stato fatto ed è successo fin qui:

I soci si sono trovati davanti alla loro realtà e, la conseguenza, è stata quella di specchiarsi e rivelare a se stessi che così non poteva proseguire. Per quanto doloroso, è stato un momento di verità necessario che ha permesso loro di vedere l’azienda da una prospettiva diversa rispetto a quella che – in fondo, per comodità -, avevano scelto.

Qualcuno ha finalmente preso decisioni gravi e difficili. Ha fatto il “lavoro duro”, quello emozionale, guardando in faccia ciò che faceva paura.

Sono stati analizzati i fatti e individuato ciò che non funzionava. Ho aiutato un imprenditore a trovare fiducia, rialzare la testa, decidere.

Continua a seguirmi e, se ti va, scrivimi: info@claudioarrigoni.it

Quale futuro prossimo per aziende, infrastrutture e persone?

Recentemente, ho letto un interessante articolo di Andrea Beltratti e Alessia Bezzecchi (E&M Plus 7/5/2020 Il Mondo che verrà), dedicato a una prima narrazione di alcune trasformazioni che saremo (o potremmo essere) destinati a vedere o praticare, a seguito dell’esperienza e delle conseguenze dell’epidemia di Covid–19. Secondo gli autori, ma è il pensiero di molti osservatori, dovremo porre a base del nostro vivere e lavorare comune, dei nuovi paradigmi, nuove regole e  nuovi pilastri. Tra questi, la sostenibilità (che può essere declinata in enne modalità e ambiti), la creazione di valore e la proposta di “esperienze” per i consumatori (ma non solo).

Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, qualcosa stiamo già vedendo a seguito delle aperture progressive del 4 e del 18 maggio e del 3 giugno. Ma di certo, il “rischio sanitario” sarà in futuro preso in considerazione dagli addetti al risk management di aziende e infrastrutture, così come si dovrà (si dovrebbe) prendere in considerazione l’ipotesi di aumentare il distanziamento sociale, per ridurre la densità delle persone in una certa area. Questo comporta però scelte e decisioni di lungo termine. Nel frattempo come ci si comporterà? Eventi sportivi, momenti di svago (discoteche, teatri, cinema, ristorante), viaggi in aereo, lezioni scolastiche, come saranno gestite? E una volta che la città e i suoi esercizi commerciali si adegueranno al nuovo modello economico, avranno voglia di tornare al passato? Quale l’effetto sui trasporti aerei, vista anche la positiva esperienza delle comunicazioni video a distanza?

Poi, c’è il tema del distanziamento sociale all’interno delle aziende: riduzione dei lavoratori? Smart working? Aumento degli spazi? Probabilmente, le aziende si muoveranno in modo diverso, in funzione delle diverse loro caratteristiche ma, di certo, i cambiamenti ci saranno e il settore del real estate sarà direttamente coinvolto. L’altra faccia della stessa medaglia, riguarda anche l’edilizia residenziale: quali gli effetti dopo il lockdown, quali le nuove necessità, in quali luoghi? Scenderà la domanda nei centro città a favore della campagna? Cambierà la domanda di spazi interni ed esterni? Di certo, tutti gli edifici (commerciali, direzionali, industriali e residenziali) dovranno diventare sempre più smart.

Ma anche la gestione dei flussi delle persone dovrà essere ripensata, tanto nelle aziende quanto nei luoghi commerciali, di svago, di trasporto, ecc. Lo stesso si dica per le merci: ci sarà un ripensamento delle politiche industriali (nel nostro “occidente”, Italia in primis e Europa)? Si tornerà a produzioni locali che creano valore in ambiti territoriali limitati? I nostri autori, propongono il modello dei distretti industriali italiani, ritenuti idonei perché favoriscono economie di conoscenza, riduzione dei trasporti, “vicinanza creativa”.

Ed ecco quindi i tre pilastri attorno ai quali si fonderà il prossimo futuro:

La sostenibilità:  “il social e il green, storicamente considerate dimensioni nice-to-have, sono oggi diventate per tutti must-have”. La sicurezza dei dipendenti, dei clienti, degli stakeholder in generale, sarà al centro della progettazione della struttura organizzativa aziendale; i sistemi saranno pensati partendo da questo pilastro  e la strategia aziendale dovrà basarsi non più su una «business idea» ma su una «sustainability idea».

La creazione di valore per adiacenze localizzate e integrate. Il ripensamento della strategia di ciascuna azienda dovrà passare attraverso l’analisi degli eco-sistemi in cui opera l’impresa, partendo da ciò che offre l’eco-sistema locale; ogni azienda, sulla base delle proprie specificità e dimensioni, dovrà comprendere il proprio ruolo nell’ambito del sistema e le relative sinergie che potranno essere sfruttate per il potenziamento delle collaborazioni locali.

La trasversalità del cambiamento e il «distretto esperienziale». La trasformazione avrà un impatto multi-settoriale, multi-funzionale e multi-comparto. Da qui la probabile necessità di ampliare e ripensare il perimetro del distretto industriale al «distretto esperienziale», quale nuova cornice dove i settori vengono sostituiti dagli stili di vita degli end-user. Si dovrà immaginare una programmazione in sicurezza dell’esperienza lavorativa o di consumo facendo interagire sistematicamente i diversi stakeholder nei nuovi eco-sistemi per dare soluzioni integrate.

Insomma, tornare alla normalità non dovrebbe essere troppo semplice. A meno tornare a rischi e situazioni che non è il caso di ripetere.

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Decreto Rilancio: i principali contenuti

Come ormai noto, nei giorni scorsi è’ stato pubblicato il nuovo decreto chiamato DECRETO RILANCIO, che contiene una serie di interventi in diversi ambiti, finalizzati alla ripartenza dell’economia a seguito dello stop imposto dall’emergenza sanitaria per contrastare la diffusione del coronavirus Covid-19.

Di seguito una prima elencazione dei contenuti principali per le imprese, vedremo poi di approfondire le principali nei prosismi giorni.

DEBITI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE un primo stanziamento, destinato al pagamento debiti commerciali degli enti locali e delle Regioni in favore delle imprese, vedremo poi i tempi della burocrazia quanto impiegheranno ad evadere questo step;

CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO in favore delle imprese (con ricavi fino a 5 milioni di euro) parametrato al calo del fatturato di aprile 2020 rispetto al corrispondente mese del 2019 (anche in questo caso, non grandi cifre: 2000 euro per le società e di 1000 euro per l’impresa individuale,  una tantum e cumulabile col bonus INPS);

IRAP cancellati il saldo e l’acconto IRAP, riservato alle imprese con fatturato fino a 250 milioni di euro;

FONDO DI GARANZIA PER LE PMI irrobustimento della dotazione del Fondo in aggiunta a quanto previsto dal Decreto Liquidità e Cura Italia;

BOLLETTE ELETTRICHE previsto un intervento per la riduzione, nel 2020, dei costi delle bollette per utenze non domestiche in bassa tensione

ECOBONUS e SISMABONUS uno degli argomenti più interessanti, anche se bisogna approfondire meccanismi e contorni, è quello dei bonus legati al miglioramento energetico degli edifici e al loro adeguamento in tema di caratteristiche antisismiche. Si tratta di previsioni che – se saranno seguite da specifici prodotti messi a disposizione dal sistema bancario o da altri operatori finanziari  – potranno dare un impulso significativo all’edilizia e all’impiantistica. In sostanza, è previsto l’innalzamento al 110% delle detrazioni (come credito d’imposta) per una serie di interventi e secondo alcune regole specifiche (nei prossimi giorni pubblicherò un post dedicato a questi argomenti)

CANONI DI LOCAZIONE credito d’imposta per il 60% dell’ammontare mensile del canone di locazione per i mesi di aprile, maggio e giugno (il credito può essere usato in compensazione oppure ceduto al locatore, al concedente o a banche);

OCCUPAZIONE SUOLO PUBBLICO esonero del pagamento di tasse e canoni (Tosap-Cosap) fino al 31 ottobre 2020, per bar e ristoranti, discoteche e altri pubblici esercizi;

SUPER AMMORTAMENTO prorogato al 31.12 (rispetto al 30.6) il termine per la consegna dei beni strumentali oggetto del super ammortamento;

RICAPITALIZZAZIONE IMPRESE incentivi finalizzati alla ricapitalizzazione di imprese che abbiano un fatturato compreso tra i 5 e i 50 milioni di euro;

STARTUP INNOVATIVE rafforzamento del sistema delle start up innovative e del trasferimento tecnologico tra mondo della ricerca e quello produttivo (finanziamenti e maggiori crediti d’imposta).

Continua a seguire nei prossimi giorni. Per approfondimenti scrivi a info@claudioarrigoni.it

I rischi (o le certezze) del contagio finanziario

In questo periodo, alcune società che dispongono di grandi quantità di informazioni sullo stato di salute delle aziende (come CERVED o CRIF), stanno facendo analisi per ipotizzare l’effetto del lockdown sull’economia.

Cerved non teme di interrogarsi su quante imprese italiane falliranno per crisi di liquidità dovuta al calo delle vendite e allo stop finanziario conseguente. Il tema, ancora una volta, è la liquidità, la cassa. Perché se per i dipendenti è stata prevista la cassa integrazione, per alcuni un bonus sull’affitto o altre misure di alleggerimento del danno economico, l’aspetto finanziario rimane scoperto, almeno per tutto quanto ha a che vedere con i crediti commerciali e con il finanziamento di questi. L’effetto domino conseguente alla carenza di liquidità (i mancati pagamenti) porterebbero il contagio finanziario ad altre imprese, con un effetto a catena sull’intera economia, coinvolgendo anche i pochi settori non colpiti da questa crisi. Ma questo finirebbe per estendere il contagio al settore finanziario, le banche e le istituzioni creditizie, gli investitori. Insomma, l’opposto di quanto accaduto con la crisi del 2008, che è stata innescata dalla finanza per poi si estendersi all’economia reale.

L’obiettivo della politica economica – in questa fase –, dovrebbe quindi essere quello di evitare i fallimenti e, per quanto possibile, evitare lo shock finanziario conseguente alla mancanza di liquidità.

Cerved ha analizzato i bilanci di 720 mila le società di capitali italiane, che coprono circa il 55% dei dipendenti occupati  e che generano un valore aggiunto pari a un terzo del Pil italiano (solo un terzo…). Su questi numeri, ha ipotizzato due scenari

  • uno cauto, secondo il quale l’emergenza durerebbe fino a giugno per poi tornare alla normalità (e ai livelli pre-COVID) a partire da settembre;
  • uno pessimistico, per il quale l’emergenza continuerebbe per tutto l’anno, con un isolamento delle diverse economie internazionali.

Elaborando una serie di informazioni, l’analisi si pone l’obiettivo di individuare le imprese che entreranno in crisi di liquidità a causa del cash flow negativo, conteggiarle e stimare il mese in ciò dovrebbe accadere. Nota bene: ben 186 mila società facenti parte del campione, con circa 2 milioni di dipendenti, presentavano le caratteristiche del cash flow negativo già prima della crisi portata dall’emergenza sanitaria! Di queste non è stato tenuto conto nelle analisi successive.

Lo studio porterebbe a ritenere che, nel primo scenario, quello meno grave, 124 mila delle imprese analizzate entrerebbero in crisi di liquidità raggiungendo il picco nel mese di luglio. Questo numero salirebbe a 176 mila nel caso nel secondo caso, con picco a dicembre, con un costo sociale di 2,8 milioni di lavoratori a rischio nel primo caso e di 3,8 milioni nel secondo (ma ricordo che l’analisi si limita a 1/3 delle imprese che depositano i bilanci e alle quali vanno aggiunte tutte le società di persone e le ditte individuali).

La moratoria sui prestiti dovrebbe mitigare in parte questi effetti, ma il rischio è che molte imprese potrebbero uscire dal mercato già nei primi mesi della crisi.

Viene poi stimato il fabbisogno di liquidità necessario per scongiurare queste ipotesi, considerando che i debiti finanziari (cioè i soli debiti verso banche e finanziatori) di queste imprese ammontano a 136 miliardi (cifra che le banche non possono permettersi di mettere a perdita) ai quali si sommano 161 miliardi di debiti commerciali (fornitori).

Altre analisi più empiriche, partono invece dal PIL italiano, stimato nell’intorno di 1.800 miliardi. Ipotizzando che due terzi delle imprese siano ferme per uno o due mesi, aggiungendo la necessità della ripartenza, stimano il fabbisogno di liquidità (a brevissimo) in almeno 300 miliardi (nell’ipotesi ottimistica che l’economia possa riprendersi da maggio/giugno).

Insomma, comunque la si guardi, i numeri sono veramente da capogiro ed è difficile prevedere cosa potrà accadere, anche perché molto dipende dai tempi dell’emergenza sanitaria e, al momento, è difficile stimare quando sarà l’uscita dal tunnel e in quali condizioni ci troveremo allora.

E tu, che misure hai preso per la tua azienda? Per approfondimenti, scrivimi a info@claudioarrigoni.it

 

 

Fonte: Cerved – Covid 19 e sostenibilità delle imprese

 

I tools dell’imprenditore in tempo di Coronavirus: la moratoria sui finanziamenti

Mi sembra doveroso, in questo momento, non far mancare alcuni suggerimenti pratici agli imprenditori: strumenti di immediato utilizzo, applicabili in questo momento di grande incertezza e turbolenza.

Non sappiamo quanto durerà e quanto tempo ci vorrà perché l’economia possa riprendersi, per questo – per quanto possibile – attrezziamoci.

Il tema principale è quello della cassa: torneremo a parlare di questo, intanto parliamo di moratoria e degli altri contenuti del recente accordo Abi/Associazioni di Categoria.

In sostanza, vengono ampliate le possibilità di accesso alla moratoria su mutui e leasing contratti dalle PMI con il sistema bancario.

C’è tempo fino a dicembre 2020 ma il consiglio è di muoversi immediatamente per richiedere :

  • La sospensione fino a 12 mesi del pagamento della quota capitale di mutui e leasing già in essere al 31 gennaio 2020;
  • L’allungamento del finanziamento fino al 100% della durata residua al momento della domanda (con il massimo di 20 anni per i mutui ipotecari e 10 anni per i chirografari)
  • L’allungamento fino a 270 giorni delle scadenze previste per i finanziamenti a breve
  • l’allungamento fino a 120 delle scadenze per il credito agrario di conduzione.

Attenzione, non esistono automatismi, cioè la banca non è obbligata a concedere la moratoria e ogni caso sarà valutato a se, per questo prima si fa la domanda prima si avrà la risposta (l’accordo contiene la raccomandazione che la risposta venga fornita entro 30 giorni, ma la tempistica sarà da verificare in effettivo)

Se il finanziamento o il leasing presenta rate scadute da non più di 90 giorni è possibile comunque chiedere la moratoria, includendo anche tali rate. Non devono essere state richieste moratorie o rimodulazioni negli ultimi 24 mesi.

Se il finanziamento è assistito da garanzie (es. Enti di Garanzia) è necessario che la durata di queste venga estesa al pari di quella del finanziamento, mentre sarà automatica l’estensione della garanzia eventualmente concessa dal Fondo Centrale.

Di particolare interesse la possibilità di allungamento delle scadenze a breve termine: si tratta degli anticipi su fatture e di smobilizzo di ricevute o effetti SBF (non è prevista analoga facilitazione per gli anticipi su contratti e su importazioni). Attenzione: si tratta di un allungamento della scadenza, non di aumento del fido che, pertanto, rimane impegnato e non consentirà la presentazione di nuove fatture o Ri.ba.

L’allungamento non è automatico ma dovrà essere richiesto fattura per fattura o ricevuta per ricevuta e il credito dovrà essere certo ed esigibile. La banca potrà chiedere un diverso tasso così come un’aggiornamento delle garanzie concesse.

Infine, tenete presente che – a prescindere da quanto previsto nell’accordo ABI/Associazioni di categoria, con la Banca si può sempre cercare di trovare accordi diversi su argomenti specifici, per cui parlatene con la Vostra Banca o scrivetemi per una collaborazione: info@claudioarrigoni.it.

#andratuttobene #molamia

BCE: in Europa troppe banche. E quindi?

“Personalmente credo in Europa ci siano troppe banche”. Cosi si è espresso il presidente del Consiglio di vigilanza della Bce Andrea Enria in una intervista concessa a SKY.

Un’affermazione che dovrebbe interessare molte imprese e imprenditori che fanno ricorso al credito bancario per sostenere i propri investimenti e il proprio circolante. Crediamo, infatti, che chi fa impresa da qualche tempo abbia già avuto modo di sperimentare l’effetto delle concentrazioni bancarie sui propri affidamenti: molto raramente, e solo per imprese con tutti “i numeri” a posto, l’ammontare complessivo degli affidamenti è rimasto lo stesso. Più frequentemente, invece, è successo che – di colpo o gradatamente – nelle situazioni in cui due o più banche fuse assistevano la stessa impresa, questa si sia trovata a dover affrontare una riduzione degli affidamenti.  Le conseguenze possono essere diverse ma, quasi in ogni caso, gli scompensi si sentono.

In sostanza, la politica di disintermediazione continua e si accentuerà in un futuro ormai prossimo. E quindi? Quindi bisogna che gli imprenditori comincino a pensare di poter fare a meno delle Banche, almeno per come le abbiamo storicamente conosciute. E la ricetta non è una sola e deve essere personalizzata per ogni diversa realtà. Si tratta di avviare un percorso che coinvolge molti fattori e va avviato al più presto.

Se vuoi approfondire, scrivi e chiedi un colloquio gratuito: info@claudioarrigoni.it

Obblighi di controllo nelle piccole SRL: variati i limiti

Un emendamento al decreto Sblocca Cantieri innalza i limiti

Del tema del nuovo codice della crisi e dell’insolvenza (D.Lgs 14/2019), ne abbiamo parlato più volte anche in questo blog (approfondisci qui e qui) oltre che in diversi incontri pubblici.

Abbiamo più volte raccomandato agli imprenditori di non farsi trarre in inganno dal tema dell’obbligatorietà dell’organo di controllo, come se quello fosse l’unico e più importante tema della nuova riforma. Infatti non è così, la nuova norma è vasta e impone, innanzitutto, un cambiamento culturale da parte degli imprenditori, e le imposizioni e le responsabilità sono estese, anche in assenza del collegio sindacale o del revisore, che nulla aggiungono e nulla tolgono al valore della norma.

Fatta questa doverosa premessa, va aggiunto che un emendamento al c.d. Decreto Sblocca Cantieri ha modificato i limiti superati i quali diviene obbligatorio, anche per le SRL, dotarsi di un organo di controllo. I nuovi limiti sono quindi i seguenti:

– fatturato superiore a 4 milioni di Euro
– totale attivo superiore a 4 milioni di Euro
– numero dipendenti superiore a 20

E’ sufficiente il superamento di uno solo di questi limiti perché il collegio sindacale o il revisore o la società di revisione diventino obbligatorie. La norma originaria fissava tali limiti esattamente alla metà di quelli attuali.

Il resto della norma rimane invariato.
Per approfondimenti scrivi a info@claudioarrigoni.it

Alternative al finanziamento bancario?

Canali alternativi al sistema bancario. E’ un argomento che, ormai da alcuni anni, è di attualità e se ne parla molto, anche se si vede poco, almeno tra i capannoni delle PMI.

In effetti, il tentativo di fare a meno delle banche è molto più datato, ma i risultati sono ancora, tutto sommato, modesti. Attenzione, non che i tassi di crescita dei canali alternativi non sia importante, ma in volumi oggi è ancora la banca che, più di altri, assiste il sistema imprenditoriale. Poi, non vi sarebbe da sottacere il fatto che, molto spesso, “dietro” un operatore alternativo vi siano ancora le banche o, quantomeno, i fondi delle banche.

In ogni caso, il tema di trovare un’alternativa alla banca è diventato di attualità dopo l’inizio della crisi del 2008, quando ormai era palpabile il credit crunch (anche se le banche lo negano, lo sanno bene gli imprenditori delle PMI e dell’edilizia!). Come ben ricordano i meno giovani, dal 2008 in poi, molti imprenditori si sono trovati a dover sostenere un vero e proprio assedio da parte delle banche che chiedevano (pretendevano) rientri dalle posizioni debitorie, in alcuni casi da un giorno all’altro oppure anche con piani a medio termine ma, in ogni caso, molti hanno esperimentato la fatica del rapporto con i loro partners finanziari.

Oggi non è cambiato granché: le banche sono senz’altro disponibili a concedere credito, a condizioni molto interessanti. Ma solo a chi merita. Cioè a quelle aziende che godono di merito creditizio (altro tema già ampiamente trattato in questo blog: vedi questo post e i successivi). E allora ecco che nascono, in questi ultimi pochi anni, diversi strumenti e canali di finanziamento alternativi al canale bancario.

Ma … c’è un ma. Il merito creditizio: quello è rimasto, tale e quale, anzi! A volte i canali alternativi hanno criteri di assunzione ancora più rigidi rispetto alle banche tradizionali.

E allora? E allora, banca si o banca no, il merito creditizio va costruito. Di denaro ce n’è molto ed è disponibile per gli investimenti sicuri. Appunto, sicuri. Cioè destinati a quei progetti che … meritano (e si torna qui).

Vuoi sapere come fare per avere questo benedetto “merito creditizio”? Bene, continua a seguire questo blog oppure scrivi a info@claudioarrigoni.it e chiedi un appuntamento (anche telefonico), riservato e senza impegno. E continua a seguire questo blog.

Nei prossimi post parleremo di PIR, mini-bond, fintech e strumenti alternativi al credito bancario.

L’agroalimentare in Lombardia e i Principi delle Orobie

Il settore agroalimentare italiano sta crescendo ed ha una vivacità che si esprime in diversi ambiti e con diverse profondità. In particolare, sta avendo molto successo sui mercati internazionali, e le esportazioni hanno raggiunto i 41 miliardi di euro nel 2017.

I prodotti più ricercati all’estero sono i formaggi, i salumi, i dolci e gli spumanti, ma anche alcune altre tipologie di beni stanno registrando performance importanti.

I principali mercati di destinazione, sono la Germania, gli USA, la Francia, il Regno Unito e il Giappone, mentre importanti tassi crescita si registrano verso la Russia, la Cina e altre destinazioni.

Le richieste sono orientate verso i prodotti “a marchio” ma sono sempre più in crescita le attenzioni verso i prodotti DOP e IGP e l’Italia è una “miniera” di prodotti tipici e tradizionali. E in questo ambito, la Lombardia non è seconda a nessuno, con i suoi vini, formaggi e altri prodotti, tutelati o meno dai diversi strumenti dai molti acronimi (DOP, IGP, DOCG, DOC e IGT).

Osservando i formaggi, ben 14 sono quelli prodotti in Lombardia e che hanno ottenuto il riconoscimento DOP, ma molti altri sono ben riconosciuti e apprezzati pur senza essere DOP o avere altre forme di tutela istituzionale. Lo stesso vale per i vini, produzione per la quale la Lombardia vanta ben 5 DOCG, 21 DOC e 15 IGT.

Ma l’agroalimentare di qualità presenta un’ulteriore valenza: quella turistica! Vini e formaggi sono, infatti, prodotti in zone molto diverse e, spesso, ricche di valori ambientali e paesaggistici che ben si prestano a integrazioni tra cibo e conoscenza dei luoghi e delle tradizioni. Ecco quindi la nascita di numerosi percorsi enogastronomici, le strade del vino e del cibo o dei sapori. Certo, tutto questo mal si concilia con la grande industria e, al contrario, si presta per valorizzare produzioni e situazioni “più piccole”, ma questo è un valore, almeno in quest’ambito. Nella sola Lombardia, ci sono ben 190 aziende vitivinicole e 150 produttori tipici coinvolti lungo le strade dei sapori, con 208 agriturismi e 50 alberghi a disposizione (Fonte: Regione Lombardia). E allora ecco che l’economia genera altra economia, in un sistema che – se ben gestito – procura ricadute importanti su territori a volte anche difficili o lontane dai grandi centri.

Ecco quindi che l’agroalimentare lombardo ha spazi per l’export (sicuramente sono più facilitati i grandi produttori) ma anche per un mercato interno che presenta una vivacità crescente e che, proprio per sopperire alla dimensione piccola di alcune realtà, trae linfa da aggregazioni e da iniziative condivise.

Un esempio di questo arriva dalla Val Brembana (Bg), dove alcune piccole aziende si sono unite in un’associazione per valorizzare I FORMAGGI PRINCIPI DELLE OROBIE, 7 formaggi prodotti in ambiti e con caratteristiche specifiche. Si tratta di 2 DOP (lo Strachitunt della ValTaleggio e il Formai de Mut dell’Alta Val Brembana), 3 presidi Slow Food (lo Stracchino all’antica delle Valli Orobiche, l’Agrì di Valtorta e lo Storico Ribelle) e altri due formaggi con una loro netta riconoscibilità (il Branzi FTB e i Formaggi di capra orobica). Dopo il successo della manifestazione FORME realizzata a Bergamo nello scorso mese di ottobre, stanno lavorando lungo un percorso di valorizzazione che parte dalla riscoperta e dalla tutela delle razze, passa per l’alimentazione, la lavorazione del latte e la stagionatura e conservazione dei prodotti, per arrivare quindi al mercato.

Ma continueremo a parlarne in seguito.

Intanto, se vuoi approfondire, scrivimi a claudio@claudioarrigoni.it

Venticelli o tifoni? Tre situazioni da monitorare

Dopo una crisi lunga dieci anni non ancora conclusa, e una moltitudine di default, finalmente sembra che si vedano alcuni spiragli per una piccola ripresa. Almeno per alcuni settori. Ma, c’è già un ma! Molte delle imprese che sono giunte sin qui e hanno attraversato la tempesta senza affondare, ci sono arrivate a volte malconce, a volte senza più fiato, ma ce l’hanno fatta. Altre, invece, dopo il naufragio hanno giocato il tutto per tutto ripartendo nella loro corsa. Sia le une sia le altre, avrebbero bisogno di “tranquillità” e di un aiuto, alle prime per riprendere fiato e “digerire” l’indigestione di insoluti e perdite maturate negli anni; alle seconde per irrobustirsi e poter finalmente iniziare a correre. Sì, è vero, forse mai come in questo tempo ci sono misure e incentivi a sostegno dell’imprenditoria o, meglio, di parte della imprenditoria, quella “più evoluta”, quella che innova, quella esporta. Per l’industria e per le attività economiche più tradizionali nulla.

Viceversa, ci sono dei venti che si stanno muovendo da diverse direzioni e che, se non colti per tempo, potrebbero trasformarsi in cicloni pronti a spazzare via le piccole barchette e le imbarcazioni già malconce.

Lasciando perdere quindi le metafore,  di cosa sto parlando? Di almeno tre fattori che, da direzioni e con motivazioni diverse, si stanno tutti concentrando intorno e a danno della PMI:

  • La riforma della Legge Fallimentare
  • Il giro di vite della BCE sui crediti deteriorati delle banche
  • La riforma delle modalità di riscossione delle imposte, in particolare dell’IVA

Si tratta di tre avvenimenti contemporanei che si stanno abbattendo sulle nostre imprese in questo periodo.

Partiamo dall’ultimo, la riscossione dell’IVA. Come sappiamo, la comunicazione dei dati IVA da annuale è diventata trimestrale. Non torniamo qui a spiegare il meccanismo di funzionamento dell’IVA e dell’obbligo al versamento che ne deriva in capo alle imprese a prescindere dalla effettiva riscossione della stessa e neppure disconosciamo il diritto dell’amministrazione finanziaria ad incassare le somme a debito dell’impresa e risultanti dalla comunicazione. Limitiamoci quindi a costatare che – in questi anni difficili, nei quali, oltre alle difficoltà generate dalla crisi, si è assistito a un generale credit-crunch a carico delle PMI -, molte delle imprese che sono sopravvissute lo hanno fatto utilizzando gli strumenti che la norma fiscale metteva a disposizione delle imprese al fine di dilazionare nel tempo l’esborso finanziario conseguente alle dichiarazioni. Oggi, invece, il “tempo” non c’è più o è divenuto molto più contenuto, come sanno bene quelle aziende che hanno già ricevuto gli avvisi con le richieste di versamento dell’IVA del primo e del secondo trimestre 2017.

L’altro argomento che potrebbe trasformarsi in una nuova difficoltà per molte imprese, è il preannunciato giro di vite della BCE in materia di crediti deteriorati nei portafogli delle banche, dei quali circa 1/3 interessa proprio le banche italiane. E’ infatti circolata nelle scorse settimane l’ipotesi di un intervento della BCE finalizzato a rafforzare i criteri con cui sono coperti i crediti deteriorati, con la conseguenza che i maggiori accantonamenti che sarebbero richiesti, finirebbero col ridurre la possibilità delle banche di erogare nuovi prestiti.

Ma l’argomento che deve avere l’attenzione di tutti gli imprenditori, e sul quale torneremo nei prossimi giorni, è quello della cosiddetta nuova Legge Fallimentare. Tra le molte novità introdotte, mi preme ora segnalare che la nuova norma prevede – con lo scopo di evitare il default (!) -, una fase preventiva di allerta, che può essere attivabile direttamente dall’impresa o d’ufficio dal Tribunale su segnalazione da parte dei creditori pubblici. Il fisco e l’Inps sono obbligati a segnalare al Tribunale eventuali “difficoltà” dell’impresa nell’adempimento delle proprie obbligazioni. A quel punto, un organismo che sarà costituito presso le Camere di Commercio si incaricherà di assistere le imprese debitrici e entro 6 mesi si dovrà giungere ad una soluzione concordata con i creditori. C’è poi tutta un’altra serie di previsioni, alcune anche favorevoli e interessanti. Ma il punto è: che effetto avrà, nei confronti del sistema finanziario che sostiene l’impresa interessata, la segnalazione e la sua sottoposizione ai controlli da parte del nuovo organismo? E’ presto per dirlo, ma sarà un argomento da tenere monitorato e che, insieme agli altri due che abbiamo indicato sopra, può essere foriero di problematiche significative.

La morale? Correre ai ripari, da subito, per evitare problematiche future importanti. Migliorare la programmazione finanziaria, ottimizzare da subito le forme tecniche di finanziamento, adottare piani di diluizione del debito che consentano di rispettare gli impegni nei confronti del fisco e mantenere in buona salute la Centrale Rischi. Insomma, non aspettare.

Se vuoi approfondire, scrivimi a info@claudioarrigoni.it