I rischi climatici entrano nella valutazione della sostenibilità bancaria: quali effetti per le aziende?

BANCHE: RISCHIO CLIMATICO e AGROALIMENTARE
Se il termometro non funziona, la febbre sale comunque.

Eppur si muove?
Potrebbe essere la volta buona che ci si occupa di ambiente non in termini speculativi ma con una spinta sostanziale?

E potrebbe essere che, finalmente, le banche iniziano a valutare rischi (anche se non ancora quelli specifici) e non solo conti?

Oppure c’è il rischio che tutto si trasformi in altri moduli compilati e in una check-list opportunamente flagata senza che nessuno se ne occupi veramente (cioè un altro adempimento formale)?

L’EBA (European Banking Authority) stimola le banche a valutare – per la prima volta – anche il rischio climatico.
Sto parlando della bozza di metodologia per lo Stress Test europeo 2027 e che coinvolgerà 63 grandi banche (tra cui le italiane Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, BPER, MPS e ICCREA) finalizzata a verificare la tenuta di fronte a scenari economici avversi, per la prima volta prevede un modulo dedicato al rischio climatico.

🔍 Cosa c’entra questo con l’Agroalimentare? Al momento ancora nulla, perché si tratta di uno studio e di una simulazione ma è ormai evidente che il tema entrerà di diritto nelle valutazioni che le banche dovranno fare. Una volta che il modello diventerà operativo, l’effetto per le imprese agricole e della filiera potrebbe anche essere significativo. In che modo?
Lo vedremo ma possiamo già aspettarci alcune conseguenze:

1.Selettività:
il test misura le perdite potenziali settore per settore. Dove il rischio appare elevato – e l’agrifood è per definizione in prima linea sul rischio fisico – le banche diventeranno più selettive o più care nel concedere denaro.
Cioè, se una attività è più esposta e più sensibile ai cambiamenti climatici, sarà chiamata ad essere più rigorosa nell’affrontare il tema e dovrà, probabilmente, pagare un premio al rischio maggiore rispetto ad altre attività meno esposte;

2.Fame di dati:
per alimentare i loro modelli, le banche chiederanno sempre più dati ESG (emissioni, consumi, piani di transizione) anche alle PMI (non solo agroalimentari; pensiamo alle aziende energivore, ad esempio!).
Saranno carte compilate o, finalmente, saranno studi e progetti che premieranno le aziende virtuose e non solo quelle che si dipingono tali?

⚠️ Rimane comunque un ulteriore livello di rischio che le banche continuano a non riuscire a monitorare.
Dal mio punto di vista il vero nodo sono i rischi operativi
Il cambiamento climatico è un rischio sistemico evidente, ma ogni azienda, di qualsiasi settore, non solo agroalimentare, presenta rischi propri – legati alla produzione, alla catena di fornitura, alle specificità del campo – che sfuggono completamente alla valutazione delle banche in fase di concessione del credito.
Diciamolo chiaramente: gli istituti di credito ordinari non hanno mai avuto, e continuano a non avere, le competenze interne per valutare i rischi operativi reali di un’azienda complessa. Rimangono ancora troppo legati a strumenti rigidi, bilanci passati e documenti inadeguati per misurare la reale capacità di continuità aziendale e il vero rischio di insolvenza. Ma questo è un altro tema-

💡 Come difendersi? La selettività del credito non colpirà tutti allo stesso modo. Colpirà chi subisce il rischio in modo passivo. A parità di settore, l’azienda che ha già investito in efficienza, mitigazione del rischio e transizione – e che sa documentarlo con dati strutturati e verificabili – non solo supererà le barriere attuali, ma sarà l’unica a rimanere bancabile e resiliente in futuro.

Chi si prepara oggi anticipa un trend.
Chi aspetta, rischia di trovarsi fuori dal mercato del credito.

Voi come vi state preparando a documentare la vostra sostenibilità e gestione del rischio in azienda? Parliamone nei commenti.

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