Recentemente, ho letto un interessante articolo di Andrea Beltratti e Alessia Bezzecchi (E&M Plus 7/5/2020 Il Mondo che verrà), dedicato a una prima narrazione di alcune trasformazioni che saremo (o potremmo essere) destinati a vedere o praticare, a seguito dell’esperienza e delle conseguenze dell’epidemia di Covid–19. Secondo gli autori, ma è il pensiero di molti osservatori, dovremo porre a base del nostro vivere e lavorare comune, dei nuovi paradigmi, nuove regole e  nuovi pilastri. Tra questi, la sostenibilità (che può essere declinata in enne modalità e ambiti), la creazione di valore e la proposta di “esperienze” per i consumatori (ma non solo).

Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, qualcosa stiamo già vedendo a seguito delle aperture progressive del 4 e del 18 maggio e del 3 giugno. Ma di certo, il “rischio sanitario” sarà in futuro preso in considerazione dagli addetti al risk management di aziende e infrastrutture, così come si dovrà (si dovrebbe) prendere in considerazione l’ipotesi di aumentare il distanziamento sociale, per ridurre la densità delle persone in una certa area. Questo comporta però scelte e decisioni di lungo termine. Nel frattempo come ci si comporterà? Eventi sportivi, momenti di svago (discoteche, teatri, cinema, ristorante), viaggi in aereo, lezioni scolastiche, come saranno gestite? E una volta che la città e i suoi esercizi commerciali si adegueranno al nuovo modello economico, avranno voglia di tornare al passato? Quale l’effetto sui trasporti aerei, vista anche la positiva esperienza delle comunicazioni video a distanza?

Poi, c’è il tema del distanziamento sociale all’interno delle aziende: riduzione dei lavoratori? Smart working? Aumento degli spazi? Probabilmente, le aziende si muoveranno in modo diverso, in funzione delle diverse loro caratteristiche ma, di certo, i cambiamenti ci saranno e il settore del real estate sarà direttamente coinvolto. L’altra faccia della stessa medaglia, riguarda anche l’edilizia residenziale: quali gli effetti dopo il lockdown, quali le nuove necessità, in quali luoghi? Scenderà la domanda nei centro città a favore della campagna? Cambierà la domanda di spazi interni ed esterni? Di certo, tutti gli edifici (commerciali, direzionali, industriali e residenziali) dovranno diventare sempre più smart.

Ma anche la gestione dei flussi delle persone dovrà essere ripensata, tanto nelle aziende quanto nei luoghi commerciali, di svago, di trasporto, ecc. Lo stesso si dica per le merci: ci sarà un ripensamento delle politiche industriali (nel nostro “occidente”, Italia in primis e Europa)? Si tornerà a produzioni locali che creano valore in ambiti territoriali limitati? I nostri autori, propongono il modello dei distretti industriali italiani, ritenuti idonei perché favoriscono economie di conoscenza, riduzione dei trasporti, “vicinanza creativa”.

Ed ecco quindi i tre pilastri attorno ai quali si fonderà il prossimo futuro:

La sostenibilità:  “il social e il green, storicamente considerate dimensioni nice-to-have, sono oggi diventate per tutti must-have”. La sicurezza dei dipendenti, dei clienti, degli stakeholder in generale, sarà al centro della progettazione della struttura organizzativa aziendale; i sistemi saranno pensati partendo da questo pilastro  e la strategia aziendale dovrà basarsi non più su una «business idea» ma su una «sustainability idea».

La creazione di valore per adiacenze localizzate e integrate. Il ripensamento della strategia di ciascuna azienda dovrà passare attraverso l’analisi degli eco-sistemi in cui opera l’impresa, partendo da ciò che offre l’eco-sistema locale; ogni azienda, sulla base delle proprie specificità e dimensioni, dovrà comprendere il proprio ruolo nell’ambito del sistema e le relative sinergie che potranno essere sfruttate per il potenziamento delle collaborazioni locali.

La trasversalità del cambiamento e il «distretto esperienziale». La trasformazione avrà un impatto multi-settoriale, multi-funzionale e multi-comparto. Da qui la probabile necessità di ampliare e ripensare il perimetro del distretto industriale al «distretto esperienziale», quale nuova cornice dove i settori vengono sostituiti dagli stili di vita degli end-user. Si dovrà immaginare una programmazione in sicurezza dell’esperienza lavorativa o di consumo facendo interagire sistematicamente i diversi stakeholder nei nuovi eco-sistemi per dare soluzioni integrate.

Insomma, tornare alla normalità non dovrebbe essere troppo semplice. A meno tornare a rischi e situazioni che non è il caso di ripetere.

info@claudioarrigoni.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *