Nelle scorse settimane si è tenuto un interessante convegno presso la Sala Giunta di Confindustria. Si parlava di credito alle imprese e di nuove normative e controlli ai quali devono sottostare le banche nel loro processo di erogazione del credito. Erano presenti, oltre al prof. Comana, analisti ed esponenti di alcune delle principali banche.

Volendo fare una estrema sintesi dei contenuti emersi, saremmo tentati di mutuare le parole del prof. Comana: siamo in presenza di “una rivoluzione copernicana”. Però, c’è un però.

Diciamo che, più che in presenza di un modo rivoluzionario di approcciare la materia da parte delle banche, si rende necessario (anche se in effetti avrebbe dovuto già esserlo) un ulteriore sforzo da parte delle aziende. Si perché, al di la delle enunciazioni di principio, ciò che di nuovo e in più è chiesto si va ad assommare a ciò che – in generale – le banche hanno sempre chiesto: bilanci buoni, patrimonialità, garanzie. Tutto questo continua a rimanere, come la recente esperienza conferma. Tuttavia, in aggiunta, viene chiesto alle aziende uno sforzo di elaborazione: rappresentare il proprio presente ed il proprio futuro, almeno quello prevedibile e ragionevolmente conseguente alle linee guida che ispirano l’attività dell’imprenditore. In sostanza, viene chiesta la predisposizione di un business plan (era ora!) che raffiguri l’azienda nel suo complesso e che si concentri in particolare sulla “cassa” o sul “cash-flow“.

Questa si è una componente rivoluzionaria. Certo, è una rivoluzione da poco, in termini concettuali, perché si tratta di tornare a ragionare (anche) come le massaie, fare i conti di quanto si ha in tasca e di quanto e quando si ritiene di averne altro e, su questo, prevedere uscite ed entrate. Insomma, banalizzando, potremmo dire che occorre fare “i conti della serva”. Ma è una rivoluzione vera per molte (la maggioranza) delle aziende.

Quindi, nel processo di erogazione del credito, assume oggi un rilievo maggiore la capacità dell’impresa di far fronte ai flussi in uscita generati dalle rate del finanziamento; alla banca non basta più sapere se un’impresa guadagna e neppure sapere se l’impresa ha patrimonio e proprietà, così come non basta più raccogliere la fideiussione dei soci o degli amministratori o del titolare. Attenzione, non basta più, non è che tutto questo non è più necessario. Tutte queste condizioni sono necessarie ma non più sufficienti: è necessario dimostrare che il proprio business genera flussi di cassa positivi al servizio del debito.

Ora, volendo essere sinceri, si tratta di una richiesta piena di ragionevolezza. Nessun imprenditore dovrebbe ricorrere al debito senza la ragionevole certezza di poterne sostenere il rimborso, eppure …

Eppure, questa attività è trascurata da molte aziende ed imprenditori, concentrati più sul fatturato che sugli incassi, più sui costi che sulle uscite, più sul risultato in termini di produzione che in termini di vera ricchezza: l’abbondanza dei flussi positivi di cassa.

E allora, ecco che questo elemento deve essere ora analizzato, studiato, previsto e rappresentato e viene a costituire un elemento essenziale che accompagna la richiesta di un nuovo finanziamento. Quindi, il nuovo tornio, quanto costa, a che esborso espone, che marginalità differenziali consente, per quali quantità di produzione, a quale prezzo, in che tempo, ecc ecc. Tutto questo deve essere rappresentato in un business plan, dei cui contenuti parleremo presto in occasione di un ulteriore post.

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