A volte sogno che un ragazzo legga questo libretto … e che … gli faccia venire la voglia di andare avanti, di tentare qualcosa, di impegnare le sue risorse, …, di mettere su una piccola azienda e che non si arrenda mai, e che faccia qualcosa di veramente buono per sé e per gli altri…” Queste parole di Pierino Persico suonano come una vision, la vision di una vita prima che di un’impresa di successo: voglia, andare avanti, impegno, non arrendersi, fare qualcosa di buono per sé e per gli altri. Credo che queste siano le “parole chiave” di molti imprenditori, siano il motore di molti di coloro che si impegnano ogni giorno nel creare qualcosa che fino alla sera precedente non esisteva. E un’altra delle chiavi che Persico ha usato su di sé è quella di “adeguarsi per restare se stessi”, cavalcando il cambiamento e, qualche volta, anticipandolo. “Se sei un buon imprenditore devi esplorare sentieri sconosciuti, devi addentrarti in terre nuove”.

Persico, classe 1947, è cresciuto passando molta parte della sua infanzia in cascina in Val Seriana, dai nonni, aiutando con piacere nei diversi lavori, secondo le stagioni, come accadeva ai ragazzi fino a non molti anni fa. Il padre, invece, lavorava in fonderia: l’anticamera dell’inferno, la definisce, e racconta della fatica del padre che, lasciate le campagne perché davano ormai un reddito insufficiente, va a lavorare in fonderia, appunto, in condizioni durissime. “Io non volevo fare l’imprenditore perché ero venuto su da lì, avevo visto mio padre operaio … e non volevo sfruttare nessuno. Poi però l’imprenditore l’ho fatto” ma credo che l’immagine del padre, Pierino Persico se la sia impressa nella mente e ne abbia fatto tesoro, nei rapporti con i suoi collaboratori.

Dopo le elementari, dove grazie al’atteggiamento rigido ma autorevole del maestro Rizzo, ha mparato ad amare la scuola e il desiderio di conoscere, con l’aiuto dei parenti Pierino Persico inizia a frequentare i corsi di “avviamento al lavoro” con il sogno di diventare un bravo operaio e, nel frattempo, aiuta il padre nella costruzione della nuova casa. “Essere l’operaio specializzato più bravo dell’officina”, questo era il sogno e si appassiona a quella che lui chiama “l’arte del togliere” da un pezzo di legno o di ferro cos’ da realizzare la forma che si desidera. Così, finita la scuola, inizia a lavorare come modellista alla Valmet. “Era il 1961, …, quello che non tutti sanno, è che il lavoro di modellista era fondamentale nella produzione industriale. Tu progettavi, disegnavi un motore con tanto di pistoni, cilindri, camicie, bielle … Progettavi splendide carrozzerie di macchine” ma per passare alla produzione industriale occorre creare un modello di legno che veniva utilizzato per realizzare lo stampo e con lo stampo avviare finalmente la produzione in serie. Lo stesso accade oggi ma a condurre tornio e frese sono i computer. “Volevo diventare un modellista coi baffi”.

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